“Mio figlio non è matto!” – Psicoterapia e infanzia, istruzioni per l’uso –

“E’ solo un bambino, cosa vuoi che capisca”“Crescendo capirà che sbaglia e la smetterà di comportarsi cos씓Col tempo gli passerà”.

Queste sono solo alcuni dei pensieri di un genitore, di fronte al disagio emotivo e psicologico del proprio bambino.

Spesso sono le maestre le prime a segnalare che c’è qualcosa che non va: l’eccessiva timidezza o aggressività, l’incapacità di relazionarsi con gli altri bambini, la mancata comprensione delle regole a scuola con conseguenti difficoltà nel rapporto con i coetanei e con gli adulti.

Oppure sono gli stessi genitori a notare comportamenti problematici: il piccolo fa ancora la pipì a letto anche se ormai è già grande, quando mangia è sregolato e ha comportamenti che rendono il pasto un problema, oppure ancora, si mostra eccessivamente legato ai genitori e troppo timido nel relazionarsi con i coetanei.

In entrambi i casi, comunque sempre l’idea che il proprio bambino/a sia in difficoltà dal punto di vista emotivo e relazionale è accompagnato da un senso di profondo disagio nel genitore: ci si chiede dove si sta sbagliando e come fare per risolvere il problema, ci si interroga chi o cosa possa aver influenzato il piccolo, si attribuisce la responsabilità alla televisione, ai compagni di scuola o, in molti casi, all’altro genitore o ai nonni, rei di approcciarsi al bambino con modalità educative errate.

In qualunque caso, comunque, per un genitore è sempre difficile prendere in considerazione l’idea di contattare uno psicologo a cui sottoporre il problema. Questo è senz’altro legato allo stereotipo che vuole lo psicologo come “il medico che cura i matti”: per un genitore una delle cose più difficili è accettare che il proprio figlio abbia delle difficoltà, dei comportamenti problematici che richiedono l’intervento di un professionista esterno. Se poi c’è il rischio che il piccolo venga etichettato come “diverso”, questa presa di consapevolezza diventa ancora più difficile.

Un altro stereotipo vuole che i percorsi di psicoterapia siano di per sé percorsi lunghi e costosi: pensare di intraprendere un “viaggio dentro di sé” per il quale è difficile vedere il traguardo finale è estremamente difficile per un adulto, ed è ancora più difficoltoso per un genitore pensare di obbligare a tale percorso il proprio bambino!

Cerchiamo allora di sfatare questi e altri pregiudizi, con alcune semplici e brevi indicazioni che riguardano la psicoterapia rivolta all’infanzia.

1. Non sempre il percorso di sostegno psicologico rivolto ad un bambino deve essere di lunga durata.
Come per i percorsi di consulenza psicologica rivolta agli adulti, anche per i bambini è possibile programmare 3 – 4 sedute iniziali, al fine di compiere una diagnosi più approfondita, e capire meglio da dove ha origine il disagio manifestato dal piccolo. Tale fase di consultazione può terminare nella semplice restituzione in merito a quanto emerso, e con la consulenza ai genitori su come aiutare il piccolo nel delicato momento che sta attraversando.

2. Lo psicologo che si occupa di disagio nell’infanzia usa una strumentazione e delle tecniche specifiche per il trattamento psicologico dei bambini.
Tali tecniche vanno dal disegno all’uso di giocattoli, alla narrazione di storie. Infatti, contrariamente a quanto accade per gli adulti, per i bambini il gioco è un’attività essenziale, per mezzo della quale il piccolo riesce a rappresentare la realtà vissuta e le relazioni sperimentate. Ecco allora che il gioco è anche un modo per esprimere il proprio disagio, la propria sofferenza e le spiegazioni che il bambino si è dato agli eventi sperimentati in famiglia e nella vita quotidiana. Pertanto lo psicologo che si occupa di disagio infantile userà, per comprendere e trattare tali problematiche, una serie di giochi e attività ludico – espressive che aiutino il bambino a manifestare e ad elaborare le proprie difficoltà.

3. Nel trattamento dei disturbi infantili spesso è essenziale il coinvolgimento dei genitori e della famiglia.
Spesso infatti il bambino viene portato allo psicologo con la richiesta che “torni ad essere un bambino normale”, o che impari a comportarsi come tale. In realtà, in moltissimi casi, il disagio manifestato da un bambino è solo “la punta dell’iceberg”, l’espressione di un disagio più profondo, che coinvolge altri membri del nucleo familiare. Per comprenderlo, almeno nella prima fase di diagnosi e consultazione, è essenziale che lo psicologo compia un’indagine anche sulla famiglia in cui il bambino vive, sulle modalità educative usate, sui rapporti che il bambino intrattiene con ciascun membro della famiglia. In altri casi, invece, il disagio di un figlio arriva esclusivamente dall’esterno (dalle insegnanti poco attente, da compagni poco sensibili o da incontri con adulti poco in grado di comprendere i bisogni del bambino): anche in questi casi è essenziale coinvolgere i genitori e tutta la famiglia, in modo che gli adulti di riferimento riescano a prendere consapevolezza dei modi più efficaci e utili per sostenere il proprio figlio e aiutarlo ad affrontare tali problemi che il piccolo ha incontrato sul proprio cammino.

Su tutto, la riflessione più importante che può essere fatta è questa: troppo spesso lo psicologo è visto come il medico “che cura i matti”, e davvero un bambino è troppo piccolo per portare su di sé un’etichetta così pesante. Questa prospettiva può tuttavia essere cambiata, osservando il problema da un altro punto di vista: non concentrandosi cioè sul disagio del piccolo, ma sui suoi punti di forza. Ciascuno di noi ha in sé tutte le risorse utili per superare i momenti di disagio e di difficoltà, i quali sono il naturale esito di situazioni presenti o di difficoltà sperimentate nell’infanzia. E lo scopo della psicoterapia infantile è proprio questo: non più prendersi cura di un bambino “rovinato”, bensì creare le condizioni per rimuovere gli ostacoli relazionali ed emotivi, affinché il bambino e la sua famiglia esprimano al meglio tutte le proprie potenzialità.

Dott.ssa Chiara Facchetti